“Che cosa hanno a che fare vita e morte con Dall’Autobiografia di uno yogi, di Paramahansa Yogananda.
La morte negata, cancellata, chiusa, recintata nei cimiteri, di cui si aprono pochi sprazzi nel nostro tempo, se non per capirla, almeno per osservarla, e se si aprono sono per riparlare delle cose di chi è rimasto, non di chi se ne è andato, cioè sempre dei vivi, non dei morti, per rinegarla insomma. Eppure la vita dovrebbe essere tutta intera una preparazione al grande mistero della morte. Per la vita non c’è bisogno di preparazione, in un modo o nell’altro si vive e basta. Mistero che poi non è nemmeno molto un mistero. Tutte le tradizioni e tutti i popoli hanno ritenuto di doverlo affrontare, data la sua non secondaria importanza. Chiunque infatti deve morire, e se non si studia cos’è la morte e cosa verrà dopo, la propria vita di può definire sprecata. Per questo abbiamo, per citarne solo alcuni, il Libro tibetano dei Morti, quello egiziano, l’Apocalisse di Giovanni, che non è affatto la storia della fine del mondo come viene falsamente interpretata, ma la storia della fine di un mondo, il proprio, la storia, simbolica, di una morte insomma. Solo pochi testi di chi ha voluto descrivere compiutamente come si muore e cosa avviene dopo. Perché qualcosa avviene, su questo occorre non avere dubbi. Il solo fatto che noi possiamo vedere la morte dall’esterno, cioè sapere di essa, darle un nome, significa che noi siamo oltre di essa. Solo ciò a cui siamo fuori infatti si può vedere e quindi definire. Io sono sicuro inoltre che quando si spegnerà l’ultima stella di questo universo noi ci saremo ancora. Le stelle, che vivono così tanto, possono essere superiori a noi, che abbiamo una mente in grado di concepire Dio? Assolutamente impossibile. Per cui non c’è da averne paura. In realtà la morte va vista come un passaggio, un passaggio in una zona in cui vita e morte si fonderanno in qualcosa di radicalmente nuovo, nell’unità appunto. E anche se ci sarà il nulla, sarà pur sempre qualcosa.
L’immagine è quella della psicostasia o “pesatura del cuore”, e risale agli albori della civiltà egizia. Se il cuore sarà più pesante della cosa più leggera che si può trovare, cioè una piuma, l’anima del defunto potrà accedere al regno di Osiride. Per cui vuole essere anche un monito per la gente di oggi: alla fine conterà il cuore.







