domenica 9 marzo 2008

Di sorella morte

“Che cosa hanno a che fare vita e morte con la Luce? A immagine della mia Luce Io ti ho fatto. La relatività della vita e della morte appartiene al sogno cosmico. Guarda il tuo essere senza più sognare! Svegliati figlio Mio, svegliati!”.

Dall’Autobiografia di uno yogi, di Paramahansa Yogananda.

La morte negata, cancellata, chiusa, recintata nei cimiteri, di cui si aprono pochi sprazzi nel nostro tempo, se non per capirla, almeno per osservarla, e se si aprono sono per riparlare delle cose di chi è rimasto, non di chi se ne è andato, cioè sempre dei vivi, non dei morti, per rinegarla insomma. Eppure la vita dovrebbe essere tutta intera una preparazione al grande mistero della morte. Per la vita non c’è bisogno di preparazione, in un modo o nell’altro si vive e basta. Mistero che poi non è nemmeno molto un mistero. Tutte le tradizioni e tutti i popoli hanno ritenuto di doverlo affrontare, data la sua non secondaria importanza. Chiunque infatti deve morire, e se non si studia cos’è la morte e cosa verrà dopo, la propria vita di può definire sprecata. Per questo abbiamo, per citarne solo alcuni, il Libro tibetano dei Morti, quello egiziano, l’Apocalisse di Giovanni, che non è affatto la storia della fine del mondo come viene falsamente interpretata, ma la storia della fine di un mondo, il proprio, la storia, simbolica, di una morte insomma. Solo pochi testi di chi ha voluto descrivere compiutamente come si muore e cosa avviene dopo. Perché qualcosa avviene, su questo occorre non avere dubbi. Il solo fatto che noi possiamo vedere la morte dall’esterno, cioè sapere di essa, darle un nome, significa che noi siamo oltre di essa. Solo ciò a cui siamo fuori infatti si può vedere e quindi definire. Io sono sicuro inoltre che quando si spegnerà l’ultima stella di questo universo noi ci saremo ancora. Le stelle, che vivono così tanto, possono essere superiori a noi, che abbiamo una mente in grado di concepire Dio? Assolutamente impossibile. Per cui non c’è da averne paura. In realtà la morte va vista come un passaggio, un passaggio in una zona in cui vita e morte si fonderanno in qualcosa di radicalmente nuovo, nell’unità appunto. E anche se ci sarà il nulla, sarà pur sempre qualcosa.

L’immagine è quella della psicostasia o “pesatura del cuore”, e risale agli albori della civiltà egizia. Se il cuore sarà più pesante della cosa più leggera che si può trovare, cioè una piuma, l’anima del defunto potrà accedere al regno di Osiride. Per cui vuole essere anche un monito per la gente di oggi: alla fine conterà il cuore.

lunedì 18 febbraio 2008

Dell'io

Io sono il mio mondo. (Il microcosmo.)

Ludwig Wittgenstein, dal Tractatus logico-philosophicus, sez. 5.63

Si vive alla fine solo ciò che si ha in sè.

Friedrich Nietzsche, dal Così parlò Zarathustra, parte terza cap. "Il Viandante"

E tutto quello che penserai e dirai sia quello che hai conosciuto da te stesso.

Il lama Marpa a Milarepa, dal film Milarepa (1973) di Liliana Cavani

Io, una parola pesante, che diciamo spesso. Cos'è l'io? E' tutto, ed essendo tutto, cioè che non può comprendere nulla fuori di sè, esso è anche niente, che altrimenti rimarebbe fuori. Wittgenstein scrisse che io sono il mio mondo, e dato che di mondo ce ne deve essere per forza uno solo, io sono il mondo, il microcosmo che è un cosmo. Questo lo giustificava logicamente dal fatto che ogni proposizione per esistere dev'essere interna all'io, che se sarebbe esterna non esisterebbe. Chi cavolo la vedrebbe? E' l'io infatti a porre proposizioni e significati, che poi non sono altro che proposizioni sotto altra forma. O forse sempre la stessa... Una mano non è a noi esterna, ma è interna al nostro io in quanto è esso a porla come mano, con quella forma. Ciò rende l'io un punto inesteso, che osserva tutto, compreso se stesso, e quindi lascia intatto il mondo, senza modificarlo, che accade come accade, e non possiamo farci un bel niente. Io non credo al libero arbitrio. Ciò pone però il problema degli altri e del loro imprevedibile agire, problema insolubile perchè è un falso problema, in quanto gli altri in sè non esistono, e anche il mio di agire è imprevedibile, in quanto io non so cosa farò tra un secondo. Esiste solo l'immagine che io creo degli altri. Come esiste solo l'immagine che io credo di me stesso. Creazioni casuali al pari di quella di una mela, con la stessa identica dignità logico-ontologica, appunto. Infatti posso chiudere gli occhi, e gli altri, di colpo, scompaiono. Gli altri sono un prodotto dei sensi, un illusione, pertanto. Come tutto il resto. Pertanto la tradizione buddista va ripetendo che tutto è vano, vanità di vanità, perchè al fondo del tutto c'è lo zero, il vuoto. Dall'infinito delle cose molteplice emerse l'uno, l'infinito raccolto come un'unica cosa, e questo nasconde sotto la sua maschera lo zero. Il tutto è infine una somma pari a zero. L'unica cosa da fare è ricongiungersi ad esso. Si sta venendo a creare oggi così un nuovo paradigma, che ha riscontrato come perfettamente coincidenti le verità millenarie del misticismo con la logica e la fisica quantistica contemporanee. Ad esempio i pensieri, noi crediamo che siamo noi ad avere i pensieri. FALSO. Sono i pensieri a pensare noi, essi infatti ci vengono, così, a caso. Non siamo noi ad andare da loro. Quanto Nietzsche stava sul lago di Silvaplana, raccontò di essere stato colpito dal pensiero dell'eterno ritorno, che non è altro che uno dei nomi dell'io, circolo chiuso, che ritorna continuamente su se stesso. E questo molti altri filosofi e scrittori l'hanno detto. Qualsiasi scrittore o artista vi dirà che la sua più grande opera si è scritta o fatta da sola, egli era solo uno strumento, pari più o meno a una penna. Probabilmente i pensieri sono forme di energia che entrano in contatto più o meno casuale con le nostre onde cerebrali, su questo la fisica ci sta ancora lavorando. Fanno il giro del mondo, e tornano indietro, i pensieri. E quindi anche le parole. Il nostro di mondo, l'io, chiuso, delimitato.

lunedì 4 febbraio 2008

Del viaggio di Giacobbe

Giacobbe partì da Bersabea e si diresse verso Carran. Capitò così in un luogo, dove passò la notte, perchè il sole era tramontato; prese una pietra, se la pose come guanciale e si coricò in quel luogo. Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa. (...) Quando Giacobbe si fu svegliato dal sonno disse: "Certo il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo!". E, preso da timore, soggiunse: "Quanto è degno questo di venerazione questo luogo! Non è altro che la Casa di Dio e la Porta del Cielo!".
Levatosi Giacobbe di buonora, prese la pietra che gli era servita da capezzale e ne fece un cippo, poi ci versò dell'olio sopra; e a quel luogo pose nome Bet-El, mentre prima quella città si chiamava Luz. Giacobbe fece pure un voto, e disse: "Se Dio sarà con me e mi proteggerà in questo viaggio che sto facendo e mi darà del pane da mangiare e vesti per coprirmi, e se io tornerò sano e salvo alla Casa di mio Padre, allora il Signore sarà il mio Dio, e questa pietra di cui ho fatto un cippo, diventerà una Casa di Dio (...)".

Genesi 28, 10-22

La figura di Giacobbe è utilissima come paradigma per chi vuole studiare il cammino dell'ascesi. E questo evento della scala celeste, che ha ispirato tantissimi artisti, ne rappresenta il culmine. E soprattutto il disvelamento definitivo. Per citare il primo volume di quel "romanzo dell'umanità" che è il Giuseppe e i suoi fratelli di Mann, che si intitola appunto Le storie di Giacobbe, dopo Abramo, "il viandante della Luna", come lo chiama il grande scrittore, e Isacco, "l'olocausto rifiutato", lui è "l'uomo del sentimento". Uno bhakti yogi, farebbe eco la tradizione orientale. E' un uomo cioè dal sentimento profondissimo e sensibilissimo, molto pronunciato, che si fa guidare nella vita dal cuore, non dalla mente. Queste persone sono dei privilegiati nella via dell'ascesi, in quanto il cuore è il motore più forte di tutti, perciò la affrontano più velocemente, anche se, essendo cieco, può dare dei problemi. Rimamendo comunque all'episodio biblico, vediamo, particolare per particolare, cosa esso significhi. Il metodo usato qui è sempre quello della logica analitica, la quale afferma essenzialmente che la sostanza non esiste ma esiste solo la forma della sostanza, ovvero che i significati delle parole non sono assolutamente separati dalle parole, ma accadono al pari delle parole, sono materiali come loro, come loro sono scritti e chiaramente distinguibili, proprio in quanto accadono, non vanno ricercati da nessun'altra parte. Accadono e basta, anzi più semplicemente, cadono, come la grandine, che si vede, non va interpretata. Metodo come si vede ben diverso da tutte le interpretazioni parziali delle varie religioni, in modo particolare di quella ebraica. Solo una mentalità che non conosce il senso dell'individualità come quella ebraica poteva leggere i suoi stessi testi sacri esclusivamente come la storia di un dio tribale geloso e di un popolo eletto. E' anche quello, ma poi ben altro. In realtà Dio, per definizione, non può essere che universale e il suo popolo non può che essere ogni singolo uomo. Dunque nel passo citato Giacobbe è manifestamente un archetipo di ogni uomo che si mette in cammino, in viaggio. La sosta che fa è una tappa di questo cammino, una pausa di riflessione, si direbbe oggi, di quelle che facciamo quando sentiamo la necessità di fare il punto della situazione della nostra vita per poter capire, e quindi cambiare qualcosa. La notte in cui questa pausa cade è il riposante spegnimento della ragione consapevole, il lasciarsi andare. Il sogno rappresenta un'altra dimensione dell'esistenza, parallela a quella delle veglia. Il sogno è in modo particolare lo stato in cui realtà e immaginazione si confondono, rompono gli argini, non sono più sottoposti al vaglio critico della coscienza che distigue e separa, ma sono fuse, pertanto è uno stato molto più vicino al cuore che alla mente, e Giacobbe è un uomo del sentimento. La scala celeste, presente in svariate tradizioni religiose, è l'ascesi, il cammino dell'asceta, di colui insomma che vuole partire dalla terra per arrivare a camminare sul cielo, per far diventare il cielo sua terra. C'è infatti una bella poesia zen che dice che l'illuminato se guarda in basso vede il cielo dall'alto. Infatti, qui occorre fare molta attenzione, Giacobbe non vede i due punti rispettivamente di partenza e di arrivo della scala, ma vede la scala, non i pianerottoli. Ciò significa che il vero paradiso è il cammino, la via, non la meta della via. Quando mai infatti una parte è stata superiore al tutto? L'unico paradiso possibile per l'uomo è il cammino verso il paradiso, questo è chiarissimo fin appunto dagli albori della storia umana. Giacobbe quindi si sveglia, e la prima cosa che pensa è abbastanza strana: egli non pensa, anzi ripensa, al sogno, ma al luogo dove aveva avuto il sogno, e lo consacra, tramite una pietra di esso, ad essere la Casa di Dio. Questo rende ancora più chiaro il sogno della scala, che era una scala celeste, ma al contempo una scala terrestre, come si vede. In essa, in quanto scala, cielo e terra si legano assieme, e precisamendo nel modo della terra che diviene cielo. La Casa di Dio è infatti quel luogo stesso, quel luogo fatto di terra e polvere, pezzo di deserto semitico, essa non sta in alto, ma anzi in basso, viene calpestata quotidianamente. Pertanto Giacobbe compie il gesto di ungerla, gesto sacro. Questo l'aveva capito anche Nietzsche, che nello Zarathustra ripetutamente consiglia di rimanere ancorati alla terra, perchè la terra partorirà un giorno il superuomo, cioè l'asceta, con parole sue. Infine questa visione gli conferma che Dio cammina con lui, dentro lui, è lui, e che non potrà far altro che ricongiungersi, nel giorno della fine, all'Uno. E così anche noi, alla fine torneremo tutti all'Uno. Giacobbe è insomma l'emblema del viaggiatore, di colui che viaggia la sua vita, in quanto la nostra vita è un viaggio, questo è sicuro.

lunedì 28 gennaio 2008

Delle onde del male

In principio Dio creò il cielò e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: "Sia la luce!" E la luce fu.

Genesi 1, 1-3

In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l'hanno accolta.

Vangelo di Giovanni 1, 4-5

Cosa ci vogliono dire queste citazioni, che scendono dagli albori dello spirito umano? Una cosa sola: che le tenebre c’erano prima della luce, il male prima del bene, il caos prima del regno, il nulla prima del tutto pieno e ben visibile, la morte prima della vita. Vengono prima, stanno all’origine di tutto, forse a loro dobbiamo la nostra stessa esistenza. Lo stesso Gesù venne nelle tenebre, e per venire nelle tenebre vuol dire che le tenebre gli preesistono, lui che era il principio, esse pertanto stanno prima del principio. Anche l’abisso, “orrido, immenso”, c’era prima della creazione, prima della prima parola, e su di esso aleggiava lo spirito di Dio. Come si vede, tra i due testi tutto corrisponde. Io trovo tutto ciò bellissimo. Sono sempre stato affascinato dal male, dalla bellezza del demonio, come alcuni mistici l’hanno correttamente intesa. Il demonio, sia esso anche inteso come nulla, caos, tenebre, inconsapevolezza, cecità, illusione di Maya, o qualsiasi altra cosa, è infatti estremamente seducente. Provate a pensare ai brividi che vi dà la scena finale di Guerre Stellare di quando Anakin indossa la maschera nera di Darth Vader, per non togliersela mai più. Davvero brividi. In confronto alla bontà sciapita e banale di Luke Skywalker non c’è paragone. Pensate ad Adolf Hitler, e a tutte le masse che seppe coinvolgere e portare con sè all’inferno, e alla stupida bonomia di un Prodi mangiatortellini qualsiasi che va ripetendo come un mantra "sono sereno". Beato lui, gli italiani un po' meno. Se si affronta la realtà per quella che è, dunque, non facendosi ostacolare da mediocri e ottusi pregiudizi, la bellezza pende tutta da una parte. Forse perchè la bellezza stessa ha origine dalle tenebre, chissà... Come tutte le altre cose, il principio ha per principio il non-principio, prima di esso c’è il nulla, il nulla appunto, cioè il male, l’increato, l’informe, l’abisso mostruoso, dove vivono creature che non sono né uomini né angeli, siano quelli ancora celesti o quelli caduti. Entrambi in fondo, angeli e demoni, svolgono una medesima funzione di servizio divino, entrambi pertanto sono parimenti santi. E’ per questo che la tradizione parla di angeli caduti, perché i demoni non sono altro che l’altra faccia degli angeli, quella nascosta. Ma queste no, sono creature increate che vengono sicuramente prima. Per questo suo essere all’origine dell’origine, cioè alla nostra ultima origine, se volete venerare qualcosa, venerate il male, dal cui oscuro ventre tutti siamo venuti fuori. Da qui quella bellissima, ritorna la bellezza, ancora, preghiera laica, di non mi ricordo chi:


Signore proteggimi

proteggimi nel male

giovedì 24 gennaio 2008

Di tutte le crisi di tutti i governi del mondo

Non capisci che tutto è vano?
Mutò qualcosa quando arrivarono gli inglesi, o i giapponesi, o quando scoppiò la guerra?
La Birmania era ed è rimasta Birmania,
la patria del Buddha.

Il monaco al sergente Mizushima.

Dal film L'arpa birmana (1956) di Kon Ichikawa.

Dedicato a tutte le creature, ma soprattutto ai miei amici di Generazione U - Campania.

mercoledì 16 gennaio 2008

Dello sguardo che guarda

Lo sguardo è una realtà ben strana. Questa immagine massima che è ciò che ci permette di capire gli altri, che dà l’identità agli altri e la guida tutta la giornata, caratterizzandone in maniera pressochè unica ogni loro momento. Sguardo, espressione. Ma espressione di che? Se ci pensiamo, esso contempla tutto, tutto il materiale e l’immateriale, eppure non è né materiale né immateriale. Non è materiale perché non è costituito di materia, né è immateriale perché è originato dalla materia. Che poi in fondo il cosiddetto immateriale, non è altro che un materiale più sottile, altrimenti non sarebbe. Nulla è più materiale dello spirituale. Tuttavia lo sguardo, che noi possiamo vedere originato dall’occhio, o dai sensi, o da qualsiasi altra cosa, come la mente, se lo vogliamo intendere come sguardo intellettivo, ha tra le altre sue particolarità di non poter mai e poi mai vedere o sentire se stesso, così come l’occhio non potrà mai vedere se stesso, nè il tatto toccarsi, nè la mente comprendere con tutta chiarezza se stessa. Tutt'al più i rispettivi riflessi. C’è un attimo di vuoto che origina lo sguardo che osserva e comprende tutto il pieno. E questo vuoto è per noi talmente fondamentale che solo i morti non c’è l’hanno. Anzi si potrebbe dire che è l'unica cosa che conta veramente, l'unica cosa che esiste, l'unico pieno. Eppure è vuoto. Ancora fa capolino il vuoto, ancora, già...

sabato 12 gennaio 2008

Di tutte le parole

Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome.

Genesi 2, 19

Non ti chiamerai più Abram
ma ti chiamerai Abramo
perchè padre di una moltitudine
di popoli ti renderò.

Genesi 17, 5

Dio aggiunse ad Abramo: "Quanto a Sarai, tua moglie, non la chiamerai più Sarai, ma Sara".

Genesi 17, 15

Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: "Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)".

Vangelo di Giovanni 1, 42

Possiamo immaginare una parola come una sfera, uno dei massimi simboli archetipici della natura umana. Sferico infatti è il nostro campo visivo, sferici la terra, il sole e la luna, sferica persino la verità, la ben rotonda verità, per citare Parmenide. Dunque, di una parola/sfera il suo segno lo possiamo immaginare come la sua superficie, cioè l’unica cosa che della sfera è visibile, almeno esternamente. Se poi vogliamo passare al significato di una parola, dobbiamo entrare nel suo interno, dobbiamo cioè stabilire le relazioni di una parola col suo emittente, con le altre parole, col suo senso, col mondo concreto, con la nostra immaginazione. Dobbiamo cioè ricostruire la sfera. E tutte queste cose non sono assolutamente distinte dalla parola, ma fanno tutte parte di essa, senza la superficie non ci sarebbe niente, senza il segno non esisterebbe assolutamente niente. Del resto anche il significato è un segno, forse fatto non di materia sensibile, o direttamente vista come tale, ma certamente è un segno, altrimenti non sarebbe. Ci immergiamo dunque in questa sfera, di livello in livello, fino a vederla tutta, fino alla sua interezza. La conosciamo tutta, e conoscendola, la possiamo controllare. Conoscenza infatti significa questo: controllo, padronanza, capacità di disporre di una cosa a nostro esclusivo piacimento. Semplicemente questo. Possiamo a questo punto leggere le citazioni fatte dandone un significato più proprio, non semplicemente letterale e superficiale. Dio dette ad Adamo la possibilità di nominare tutte le cose, cioè di controllarle, lo mise a signore della creazione. Egli cambio il nome di Abramo perché così facendo stabiliva il suo controllo su di lui, suo servo, la sua alleanza con lui e i suoi discendenti, i frutti del ventre di Sara, a cui Abramo, stabilendo il suo potere su di lei, su ordine di Dio cambiò il nome. Gesù fece altrettanto col nome di Pietro, pietra della sua chiesa, la sua, di Gesù, non di Pietro. Cosa che spesso oggi viene dimenticata. Nominare qualcosa significa appunto controllarla. Tuttavia c’è una cosa curiosa. Che, superati tutti i livelli, posti tutti i punti di una sfera, ci si accorge che il suo centro non può essere un punto, perché se così fosse sarebbe costituito da altri punti, e così via all’infinito, in tal modo la sfera non avrebbe centro, ma deve averlo per forza. E’ un po’ come nell’orologio, se aprite un orologio vedete che tutti i suoi meccanismi interni si muovono continuamente, tranne il suo perno centrale, che è immobile. Altrimenti neanche i meccanismi si potrebbero muovere, attorno a che si muoverebbero? Così per la sfera, se la spaccate a andate a fondo, scoprirete che al suo centro non c’è nessun punto, è vuoto. In tal modo al fondo di ogni parola vige il silenzio, il vuoto, il nulla. La creazione, in un modo prettamente logico, si rivela pura illusione, Maya.
Un'immagine del creatore, che è anche la creazione, appunto.

domenica 6 gennaio 2008

Della luce e delle tenebre

In tutte le religioni c’è al centro il concetto di luce. Dio è luce, o portatore di luce, il che è più o meno lo stesso. Lo stesso significato del termine “Dio,” dal greco “zeus,diòs”, significa luce. Ma che luce? Non penso si tratti della luce solare, anche se può esserne un simbolo e un bassissimo termine di paragone. Il sole infatti è la fonte primaria della luce, egli è emissivo, ha una funzione attiva. In questo caso è contrapposto alla tenebra, che è passiva, è semplice assenza di luce. A livello sessuale, il sole è uomo, che ha la parte attiva nella generazione, la tenebra donna, ricettiva, che la accoglie. Tenebrosi sono anche i misteriosi nove mesi passati nel buio assoluto del ventre materno, i mesi della formazione, prima di uscire alla luce della vita vera, appunto. Questo per dire come tutte le cose nel cosmo si compenetrano e tutto costituisce un’unica analogia, soprattutto in campo della scienza delle religioni. Tuttavia qui non si tratta di luce solare. Forse luce significa consapevolezza, vedere chiare le forme delle cose, mentre le tenebre sono l’ignoranza, l’inconsapevolezza. Cioè luce equivale a distacco, io posso vedere qualcosa solo se ne sono al suo esterno, distaccato da essa, e non perso nel suo buio interno. Ma anche qui le cose si fanno difficili. Infatti l’ignoranza non è meno luminosa della consapevolezza, a ben guardare. Se io l’ho definita ignoranza, allora sono consapevole dell’ignoranza, cioè sono consapevole in doppio grado, non delle cose, ma del fatto che non conosco le cose. Ho fatto un balzo in avanti. Per questo Socrate diceva so di non sapere, perché era più avanti del sapere. E in effetti anche le tenebre sono illuminate, altrimenti non si vedrebbero in quanto tenebre, io le vedo in quanto tenebre perché esiste una luce che me la fa scorgere in quanto tali, altrimenti coma faccio a definirle, se non le vedo? Anche le tenebre si vedono. Propriamente quindi bisognerebbe parlare di luce-luce e di luce-tenebre. Forse allora la luce sarà il vedere, mentre le tenebre significa essere ciechi, brancolare nel buio, appunto. I testi sacri indiani, i Veda, traggono il loro nome proprio da questa radice, essi furono composti da uomini che vedevano, ovviamente vedevano qualcosa in più degli altri uomini, vedevano, punto. E penso che per ora ci possiamo accontentare di questa duna di significato, anche se c’è sicuramente un’altra duna dopo di essa, come le dune di sabbia che non finiscono mai, c’è ne è sempre una più in là. Dio è vedere.

venerdì 4 gennaio 2008

Di tutte le religioni

Noi siamo il nostro punto di vista, questo dovrebbe essere l’inizio di qualsiasi discorso. Noi siamo il metodo, appunto, ogni cosa è tale non per ciò che è, ma per ciò che è vista, e si vede solo in base ad una certa prospettiva. Se io guardo una mela dal davanti e poi lo guardo dal di dietro, non vedo la stessa mela, vedo due mele diverse. L’immagine è mutata. Ciò che diceva Eraclito, non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume, la logica analitica moderna l’ha confermato, perché ha chiarito che è il metodo a dare il fatto, non il fatto a dare il metodo, né tantomeno il fatto a dare il fatto. E il metodo cambia in continuazione, allo stesso modo del punto di vista. In pratica ad ogni istante. Tutto ciò applicato allo studio delle religioni può dare frutti interessanti. Se infatti vogliamo prendere le religioni non dal punto di vista religioso, cioè credere, appartenere, praticare, seguire, e tutti gli altri aspetti che caratterizzano una religione, ma dal punto di vista scientifico, ecco che non assumono più l’aspetto di religioni, ma diviene qualcosa in più, diviene scienza delle religioni. Tuttavia si tratta ora di chiarire cosa significhi scienza delle religioni. In effetti è strano notare questa cosa, che più si va avanti nelle definizioni, più le cose invece di chiarirsi si complicano. Prima l’uomo ha visto l’acqua, e si chiese che cosa fosse l’acqua. Poi gli è stato spiegato che essa è costituita da una molecola di idrogeno e due di ossigeno, e si chiese che cosa fossero le molecole, l’idrogeno e l’ossigeno. Prima avevamo un elemento da spiegare, adesso ne abbiamo tre. E così via così via. Sto fatto l’ho notò un filosofo che adesso non mi sovviene. Tornando al nostro discorso, cosa vuol dire scienza delle religioni? Significa esattamente ricercare la verità che le religioni contengono, diffusa come sempre sotto una marea di apparati pressoché inutili, cioè adesso non più funzionali, questo significa inutili. Il servizio della scienza è infatti un servizio reso alla verità. Ma ecco che la definizione già si complica. “Che cosa la verità?”, potremmo chiederci a questo punto. Se continuiamo così non ne usciamo più, non ne usciamo nemmeno da questo post. L’unica domanda valida da porre, come sempre, è questa: qual è il metodo, il punto di vista, che si intende adottare per analizzare le religioni? Secondo me, come per tutte le cose, dev’essere il punto di vista dello starci dentro e fuori allo stesso tempo. Se io infatti sto dentro una cosa, allo stesso tempo ne sto anche fuori, altrimenti come farei a sapere che ci sto dentro, se non mi vedo dal di fuori mentre ci sto dentro? Può apparire paradossale, ma è così. Questo è un altro risultato conseguito dalla logica analitica, capire che noi siamo un’unica contraddizione. Come la vita, del resto. Applicando questo metodo alle religioni, si potrà andare al loro interno, trarne la verità come si trae un nocciolo da una prugna e portarla fuori, alla luce del sole, e vederla, e, casomai, usarla. E le religioni sono molto importanti, esse furono create da uomini per spiegare ad altri uomini le tre domande fondamentali: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Erano studiosi della mente infatti quelli che scrissero i libri sacri, studiosi delle capacità umane, del nostro agire e delle nostre infinite forme e possibilità, del nostro rapporto col cosmo, del cosmo stesso, e ci misero dentro dei simboli che sono la chiave per arrivare a capire le nostre origini e al tempo stesso i nostri esiti ultimi.

giovedì 3 gennaio 2008

Primo post

Via XIV Marzo non è una strada come tutte le altre. Le altre strade sono tutte esterne, mentre via XIV Marzo è tutta interna al proprio essere. Le altre strade sono tutte orizzontali, mentre via XIV Marzo è l’unica verticale, ascendente o discendente, che sale nel più alto dei Cieli o scende nel più abissale degli Inferi, e chissà che non siano la stessa cosa, come la sfera, che ruota in continuazione. Le altre strade hanno tutte una destinazione, un capolinea, una meta, mentre via XIV Marzo è l’unica che non ha alcuna meta, è soltanto una via, la si segue per il piacere di seguirla. Via XIV Marzo inizia quando la Coscienza, l’Io, nel suo immenso fulgore, si suicida, buttandosi giù, sfracellandosi. Quello è il suo inizio. Là infatti dove il mondo finisce, perde di significato, scompare nel nulla che è sempre stato, là dove le parole tacciono e comincia il silenzio, inizia qualcos’altro che non è più mondo. Qualcosa che va oltre le parole. E che cos’è, dato che il mondo è il tutto, e pure il silenzio è una parola, e infatti l’ho pure scritto? Qualcos’altro. Per quanto possibile, tenteremo di immergerci in questo qualcos’altro, per vedere cosa ne viene fuori. Per vedere fin dove si spinge il buio.